Sa indovinare quale Paese è stato il maggiore esportatore di vino al mondo tra il 1930 e il 1960? Francia? Italia? Spagna? Australia? E se Le dicessi che fino a circa 50 anni fa, l’Algeria non era solo il più grande esportatore di vino al mondo, ma anche il quarto produttore mondiale?
Un po’ di storia…
Sebbene la vite sia presente in Algeria da migliaia di anni, è solo alla fine del XIX secolo che la viticoltura algerina si sviluppò davvero, sotto l’occupazione coloniale francese. Tutto iniziò nel 1830, quando la Francia annesse l’Algeria: nei primi anni cercò di avviare la produzione vinicola sul posto, ma con scarsi risultati per la mancanza di competenze e di tecnologie adeguate a produrre vino in un clima così caldo (all’epoca, infatti, la refrigerazione non era ancora disponibile).
Negli anni Sessanta, l’industria vinicola algerina cominciò davvero a decollare grazie sia al progresso tecnologico sia alla diffusione di una grave malattia in Francia: la fillossera. Quando l’epidemia di fillossera colpì la Francia e devastò i vigneti del Paese – distruggendo un terzo della superficie vitata francese – i terreni coltivabili dell’Algeria divennero l’unica risposta a un’emergenza nazionale. Decine di migliaia di famiglie, molte delle quali produttrici di vino colpite dall’epidemia di fillossera, emigrarono in Algeria e occuparono diversi ettari di terra, portando con sé competenze e know-how (di cui l’Algeria all’epoca era fortemente carente). In poche parole, il primo vero slancio arrivò con i progressi tecnologici e con la diffusione della malattia in Francia.
E oggi?
Probabilmente si starà chiedendo perché quello che un tempo era il maggiore esportatore di vino al mondo sembri oggi quasi inesistente nel panorama del vino. L’Algeria produce ed esporta ormai pochissimo vino, e questo brusco cambiamento ha una spiegazione storica. La produzione vinicola del Paese iniziò a calare nel 1962 per ragioni politiche e di cattiva gestione, quando la Francia si ritirò dalla colonia. Inoltre, è importante ricordare che l’Algeria è in prevalenza musulmana, una religione che proibisce il consumo di alcol: questo spiega perché, dopo la partenza della Francia, non si sia mai sviluppato un mercato locale, nonostante decenni di produzione vinicola di successo.
Le restrizioni francesi sulle importazioni contribuirono al crollo dell’industria vinicola algerina; e vale anche il contrario. La crescita del settore vinicolo algerino ebbe un impatto poco noto ma enorme sull’industria del vino francese e persino europea. Portò infatti all’introduzione di importanti normative sul vino nei primi anni del XIX secolo e durante gli anni Trenta. Quando veniva esportato nel mondo, il vino algerino era commercializzato come vin français (vino francese), poiché “l’Algeria [era allora] parte integrante della Francia”. Questo lasciò l’amaro in bocca ai produttori francesi, le cui rivolte e proteste spinsero il governo a intervenire. Ed è così che nacquero le prime normative sul vino francese. All’inizio del XIX secolo fu introdotta una legge che imponeva alle etichette dei vini francesi di indicare la regione di provenienza. Negli anni successivi vennero poi definiti questi confini, noti come “appellations”, gettando le basi del moderno dispositivo codificato che conosciamo oggi: ha mai sentito parlare delle leggi AOC?
E per un assaggio?
I vini algerini hanno un carattere unico, frutto della combinazione tra ricchi terreni sabbiosi e un sole caldo. Oggi la produzione algerina è molto limitata. Provi a cercare un Carignan algerino nella Sua grande enoteca di zona e difficilmente lo troverà. Lo stesso vale per le altre uve comunemente utilizzate in Algeria: tra i rossi Cinsault e Alicante, e tra i bianchi Clairette e Furmint. Può dare un’occhiata a questi produttori: Coteaux de Medea, Chateau Tellagh e Domaine El Bordj.
Il vino algerino potrà anche sembrare un ricordo del passato, ma la sua spettacolare ascesa, il suo impatto sull’industria vinicola di oggi e la sua eredità istituzionale continuano ancora oggi. Se l’argomento La incuriosisce e desidera saperne di più, legga il paper di Giulia Meloni e Johan Swinnen sul tema.